La neve aveva smesso di cadere. Un raggio di sole iridescente iniziò a filtrare tra i rami di un bosco di betulle annunciando che il sole stava sorgendo in quella grigia e gelida alba siberiana. Un vecchio smise di tagliare la legna per osservarlo. Tutto intorno a lui non era altro che una distesa di neve che avvolgeva bianca la terra gelata, i boschi addormentati e le piccole isbe dei contadini fatte con tronchi di cedro e di pino selvatico.
Il vecchio riprese il suo lavoro e nel silenzio rarefatto si sentirono di nuovo i colpi dell’accetta e lo schioccare dei pezzi di legno cadere accatastati uno sull’altro. Il vecchio aveva una folta barba, bianca come i suoi capelli, e due occhi azzurri circondati da infinite rughe scure, le rughe di un uomo che amava ridere.
Alle sue spalle la sua dacia, coperta di neve, sembrava svegliarsi da un lungo sonno e un fine filo di fumo si alzava lentamente dalla sua cima. Il vecchio indossava una semplice casacca bianca da contadino chiusa al collo basso da un alamaro rosso e dei pantaloni di lana scura infilati negli stivali. Poi ad un tratto smise di lavorare e incastrò l’ascia nel ceppo e sia asciugò con un braccio la fronte imperlata di sudore.
Dal suo portamento eretto, non ostante gli abiti dimessi, si capiva che non era un contadino del luogo, ma nessuno conosceva la sua reale identità a parte il comandante della guarnigione che lo sorvegliava. Era un prigioniero, un vecchio generale che aveva pagato la lealtà al suo zar con il sconfinamento in quella dacia abbandonata nel cuore della Siberia. Non ostante il silenzio che lo circondava la sua mente era ancora popolata di grida, rumori dei campi di battaglia, e aveva ancora viva l’immagine di interi reparti mandati al fronte senza armi a farsi letteralmente massacrare dal fuoco nemico. Aveva solo cercato di avvertire lo zar della disastrosa situazione in cui versava il suo esercito ma non era stato creduto. La sua lealtà era stata chiamata tradimento, il suo onore era stato chiamato viltà. L’avevano radiato dall’esercito, privato dei suoi gradi e delle sue medaglie, gli avevano confiscato i suoi beni, e come un traditore avrebbe finito i suoi giorni in quella provincia desolata dell’impero in disfacimento.
Lontano la guerra continuava ma per lui era finita e intorno a lui tutto era pace e silenzio. Il generale Nicolaj Ivanisevich Rubenskj amava la Siberia e per lui rappresentava la sua infanzia. Vi era nato nel 1894 in una casa grande e luminosa presso il grande delta della Lena.
L’immensa campagna russa giaceva in un silenzio carico di attesa ma il vecchio sentiva che qualcosa stava per accadere. Qualcosa che avrebbe travolto tutto e per sempre. Solo lo zar non lo sentiva.
Il vecchio tornò nello spiazzo davanti alla dacia e si accorse che aveva ripreso a nevicare. Piccoli fiocchi argentati iniziarono a mulinare nell’aria colpiti dal sole. La Vecchia Russia stava morendo e a lui solo importava. Lui solo sentiva la sua lenta agonia e non poteva fare niente. Riprese a colpire con l’accetta i tronchi umidi e l’eco dei colpi riprese monotono. Una vecchia gli si avvicinò con una ciotola fumante e glie la porse. Indossava un bechmet aperto sul davanti e aveva la testa coperta da un velo di lana che le nascondeva la fronte. Era una vecchia robusta, con gli occhi obliqui e il naso schiacciato. Una tartara proveniente dalle steppe meridionali sorridente e senza età. Nicolaj le sorrise come ad una figlia
“Marfa grazie” disse e interruppe il lavoro. Non lontano il campanile del piccolo villaggio di Vur emise dei suoni ovattati e la vecchia si fece il segno della croce alla maniera ortodossa. Vur era un misero villaggio di contadini simile a tutti gli altri sparsi per la regione. Non contava che una cinquantina di casupole costruite con tronchi, rami e foglie, una chiesa e i stradine sterrate percorse da animali domestici. D’inverno i lavori si interrompevano e i contadini si richiudevano nello loro isbe dedicandosi ad attività artigianali come l’intaglio del legno o la concia delle pelli. Questi oggetti venivano poi venduti nei piccoli mercati o dagli ambulanti che vagavano di villaggio in villaggio come anime in pena.
La guerra comunque aveva svuotato i villaggi di giovani. La guerra se ne nutriva come una belva feroce e ora le campagne rimanevano popolate solo di vecchi, donne e bambini a cui era affidato il lavoro. Esseri spettrali che come gli spiriti che popolavano le fiabe e le leggende cercavano di sopravvivere.
Il vecchio non pensava alla miseria e all’esilio. Aveva iniziato a morire ormai tanto tempo prima quando sua moglie era morta e il suo unico figlio maschio Valerj aveva cessato di essere suo figlio. Seppure era vivo era morto ai suoi occhi. Valerj era diventato un rivoluzionario, un anarchico. Non per convinzione ma per odio. Non aveva ideali, si limitava a distruggere. Il vecchio non passava giorno che non cercasse di dimenticare suo figlio ma non ci riusciva. Era per lui una condanna peggiore di ogni confinamento, peggiore della morte.
Ora non gli restava che una figlia Marja, ormai la sua sola famiglia. Marja sembrava ai suoi occhi una fata uscita da una fiaba, una terra incantata antichissima come la Russia. Marja era per lui la Russia. Tutto ciò per cui aveva combattuto, tutto ciò in cui aveva creduto. Tutto in lei era russo, la sua pelle bianchissima, l’oro rosso dei suoi capelli ondulati come campi di grano in estate, i suoi grigi occhi sognanti. La sua bellezza proveniva da un altro mondo. Un mondo di pace e di eterna dolcezza.
La carrozza si fermò infondo al viale coperto di neve e la principessa Dubreskaja scese lentamente avvolta nella sua lunga pelliccia di volpe argentata. Il suo volto triste e bellissimo si sollevò e osservò le tetre mura della caserma Kyrilieva. A testa alta ostentando una sicurezza che non provava avanzò verso l'ingresso e i soldati di guardia si spostarono davanti al suo passaggio con una strana reverenza. Marijia era piccola quasi minuscola con una massa di ricci biondi e naturali dai preziosi riflessi dell'oro antico e ciò che colpiva di più del suo volto erano gli occhi enormi chairi di un azzurro un po' spento ma dolci e perennemente inquieti pronti a captare ogni segno, ogni minimo gesto gentile che le veniva rivolto. Con il suo passo lieve salì la scalinata di pietra davanti all'entrata e tutto faceva di lei una creatura lieve e remota. Marjia osservò la neve scintillante trasformare quelle fredde mura in un castello di ghiaccio. Lentamente entrò nell'atrio della sede della terribile polizia dello zar e come ogni volta provò lo stesso sgomento e lo stesso stupore. Ascoltò i rumori secchi dei tacchi degli stivali battere sul marmo e proseguì attraversando bui e silenziosi corridoi pieni di sinistri misteri finchè entrò in un salone e intravide una vetrata. La raggiunse e posò una mano guantata sul vetro freddo. Osservò il cortile interno della caserma e vide un gruppo di uomini vestiti di nero che scendevano i gradini esterni di pietra grigia , sgombri di neve. Il freddo sembarva che non li toccasse e gli occhi di Marjia velati da profonde occhiaie scure erano fissi e sgranati su uno soltanto: aveva lunghi capelli capelli neri, lisci separati in due da una riga in mezzo che risaltavano sul coleltto della camicia bianca, e scendendo a testa bassa le scale il vento glieli sollevava. Marijia fissò con odio il suo volto rasato, bianco e arrossato dal freddo e i suoi zigomi taglienti e crudeli che gli conferivano strana quasi tenebrosa e avvertì un artiglio catturarle il cuore. Andrej Volkov alzò gli occhi di un blu scuro quasi nero verso di lei continuando a camminare e parlò brevemente a chi gli stava accanto riprendendo ad osservarla con aria consapevole. Volkov era il capo di un meccanismo diabolico di spie e sospetti e con una sola parola poteva dannare un uomo. La vita di suo marito dipendeva da lui. Il suo Misha, il suo avventato, pazzo, romantico, idealista aveva partecipato ai moti del 14 dicembre e ora era ai lavori forzati in Siberia. Le sue bianche mani non abituate al lavoro ora dovevano spaccare pietre, scavare nella terra, nel gelo della Siberia. Il principe Mikhail Alexievich Dubreskjiera in mano a uomini come quelli. Marjia ricordava il volto sorridente di suo marito, le loro estati in campagna. Ora tutto era distrutto, c'era spazio solo per il dolore ele lacrime. Era inverno. La neve ricopriva San Pietroburgo, racchiudendola nel suo scrigno scintillante di neve e gelo. Come tutte le vedove bianche la sua vita era sospesa in un limbo irreale e i suoi giorni si susseguivano senza senso sfiorandola con le loro dita crudeli.
Mentirei se dicessi di amare gli ospedali. Ma infondo chi li ama? Sono luoghi di dolore, densi di disperazione, muri infetti, odore di disinfettanti, confusione, gente che si lamenta, dottori oberati di lavoro, familiari confusi e stanchi. Comunque mentre percorrevo i corridoi del centro medico di Walter Reed il più importante ospedale militare degli Stati Uniti a Washington, osservavo quel luogo con un misto di riconoscenza e di rabbia. Chi era li ce l'aveva fatta. Era vivo. Non era tornato in una cassa di legno avvolta in una bandiera. Prima di fare ciò per cui ero venuto decisi di dare un'occhiata in giro. La maggior parte dei degenti arrivavano dritti dritti dai campi di guerra dell' Iraq, dall'Asfganistan e da luoghi che ufficialmente non erano teatri di nessuna guerra. Ora si aggiravano senza mani, con le gambe amputate, con fasciature agli occhi o semplicemente con l'aria stralunata di chi fosse sotto shock e non ne sarebbe mai uscito. Dall'inizio della guerra circa 50.000 soldati avevano avuto a che fare con ospedali del genere e rappresentavano una voce importante tra i costi della guerra. L'arrivo quotidiano di morti e feriti nella base aerea di Dover non cessava nè diminuiva. Scansai ragazzi su sedie a rotelle, altri che zoppicavano sulle stampelle, altri euforici di essere vivi e non ancora affetti da quella sorta di maledizione che si chiama stress-post traumatico. Forse nessuno è realmente preparato a ciò che stavo trovando davanti. Basta una giornata al Walter Reed per incrinare le convinzioni ache del più scalmanato guerrafondaio. Oh forse no? Questa era la vera tragedia. Andai al padiglione 57 reparto amputati 5° piano. Mio fratello era li con una gamba amputata confinato a letto. Se ne stava semisdraiato appoggiato a diversi cuscini con la testa inclinata di lato. Percepì la mia presenza ma non si mosse. Non lo so forse al suo posto avrei provato rabbia o invidia. Io ero tutto intero. Due braccia, due gambe, due occhi. Cose che si danno per scontate ma che li si capisce quanto non lo siano. Accanto al letto c'era una finestra aperta con le veneziane abbassate. Mosse leggermente la testa e mi fissò. Non lesse sul mio volto compassione o pietà e si rilassò. "Cosa vuoi?" chiese piano senza particolare inflessione. " Vedere come stai" " Bene. Ora che l'hai visto la porta e laggiù". Mi sedetti sul letto e incrociai le braccia. Su un comodino c'era una mezza bottiglia di plastica di acqua." La riabilitazione come va?" " Faccio progressi. Avrò il prototipo più avveniristico di arto artificiale disponibile. Una sorta di arto bionico. Come nuovo. Forse meglio. C'è qualcosa che potresti fare per me" disse ad un tratto e io mi irrigidii. Dedussi che la cosa che stava per chiedermi non fosse del tutto legale o per lo meno non esente da rischi. " Avevo una ragazza in Iraq" disse e mi fissò con attenzione. "E vorresti che ti raggiungesse qui in America" terminai per lui "Non è così semplice. Laggiù è un inferno. Un caos pazzesco. Trasportano i profughi un po' a destra e un po' a sinistra. Non so in che campo profughi sia finita. Prima dell'incidente mi occupavo io di lei e della sua famiglia. Poi mi hanno impacchettato, narcotizzato, e spedito in Germania senza darmi il tempo di sitemare le cose. Non voglio che pensi che la sto abbandonando o che sia morto. Dubito che qualcuno si sia preso la briga di dirle cosa mi è successo". "Farò il possibile"dissi e lo vidi sollevato.Lasciai l'ospedale oppresso da uno strano senso di colpa. Una sensazione strana, raggelante. Io potevo andarmene e dire ok ragazzi mi dispiace tanto per voi ma è andata così, arrangiatevi. Raggiunsi la mia auto nel parcheggio e provai la sensazione che qualcosa mi schiacciasse. Una colpa colelttiva, un velenoso senso di inutilità. Nessuno avrebbe potuto ripagarli, nessuno avrebbe potuto far ricrescere i loro arti amputati, nessuno avrebbe potuto chiedergli scusa. Misi in moto e mi incamminai nel traffico.
L’astronave Star Gather scivolava silenziosa nei neri abissi siderali.
Era una nave cargo di un modello piuttosto obsoleto ma conservava qualcosa di maestoso e imponente. Nelle fiancate c’erano segni di ammassi di asteroidi che si erano inceneriti di recente sopra scalfitture più antiche. Non era ancora dotata di inceneritore magnetico e ben difficilmente si sarebbe potuto applicarlo a una nave così sorpassata. Aveva appena scaricato nel porto franco del satellite artificiale di Conether e ora più leggera scivolava per le rotte commerciali di ritorno come un fiore trasportato dalla corrente.
A bordo oltre al comandante non c’era altro essere vivente di prima generazione. Poi c’era un essere vivente di seconda generazione un androide modello Fert 2000 programmato per i lunghi viaggi interstellari.
L’intera astronave viaggiava a potenza ridotta e pure le luci erano attenuate e molti meccanismi erano in fase sospesa. Molti capitani di cargo preferivano affrontare i viaggi in coma sospeso per non invecchiare ma la ragazza che pilotava Star Gather amava quei silenzi e quelle sconfinate solitudini siderali.
Da quando aveva preso il brevetto di capitano di seconda classe aveva intrapreso già una trentina di viaggi tutti portati a termine con esito positivo e questo le aveva fatto guadagnare una discreta fama nel mondo delle compagnie di navigazione interstellare.
Molte delle più influenti si fidavano solo di lei per i trasporti più delicati e questo le aveva fruttato alcuni milioni di tael che aveva depositato nella cassa imperiale ad un buon tasso di credito.
Andando avanti così avrebbe potuto finalmente ambire al brevetto di primo grado, comprarsi una nave turistica e darsi ai viaggi di intrattenimento che sicuramente rendevano molto di più e davano la possibilità di più piacevoli incontri. Ma quel tempo era ancora lontano ed era bene non fantasticare troppo.
Le navi turistiche erano le più care sul mercato e la concorrenza era spietata. Aveva cercato di entrare in quell’ambiente elitario ma non era affatto adatto per un outsiders. Come minimo ogni compagnia aveva un centinaio di navi crociera dalle più lussuose a quelle per semplici governativi. Una volta era arrivata al punto di fare un viaggio in terza classe sull’ astronave Moon River che costeggiava la galassia turistica di Frewen e aveva imparato la lezione. Doveva trovare un socio già nel ramo o sarebbe stata inghiottita dalla concorrenza senza trovare un solo ospite pagante.
Serah se ne stava sdraiata con una chiave inglese e armeggiava sotto il pannello di comando allentando bulloni o stringendo viti. Non permetteva a nessun altro di toccare il suo gioiellino e tanto meno che ci mettessero le mani gli androidi meccanici delle stazioni di cabotaggio. L’esperienza le aveva insegnato di non fidarsi mai di quello che veniva incluso nel noleggio del parcheggio e questo le aveva permesso di acquistare un grande pratica di motori mononodi, cosa che si rivelava un bagaglio prezioso per un pilota di cargo.
Le distanze da attraversare erano così sconfinate che a volte non si trovavano soccorsi per mesi veil e molte volte un pilota che era anche un ottimo meccanico faceva la differenza tra la vita e la morte. Serah si sollevò e si pulì le mani sporche di grasso lubrificante. Come altre volte la piccola avaria era stata sistemata e soddisfatta si sedette al posto di comando e appoggiò i piedi sul cruscotto delle spie luminose. Viaggiare sola le dava una certa libertà.
Poteva permettersi un aspetto anche trasandato senza sentirsi in colpa e il suo abbigliamento era decisamente sciatto. Indossava una tuta sformata color verde foresta macchiata di olio e i suoi gradi risaltavano dalle mostrine sbiadite sul braccio sinistro. Portava i capelli biondi con striature più scure stretti in un alto chignon , ma molte ciocche spiovevano sul viso e sul collo in scomposto disordine.
A dire il vero non aveva un’ aspetto granchè femminile ma nel suo lavoro questo era l’ultimo dei suoi problemi. La maggior parte dei suoi colleghi erano uomini e non avevano decisamente niente di effeminato o gracile. Per lo più erano energumeni gonfi di steroidi, del tutto privi delle più rudimentali regole di educazione, di intelligenza modesta e dal linguaggio a dir poco colorito.
Nella piramide sociale della società Hai erano giusto un gradino su ai mercenari e nessuno di essi aveva la benché minima intenzione di passare di grado. Quando la loro carriera di capitani di cargo finiva si compravano un giga asteroide da colonizzare e si mettevano a fare gli agricoltori. Serah ne aveva incontrato uno che voleva fare di lei una coltivatrice di ambrosia e a fatica si era liberata dal contratto di colonizzatore che voleva imporle. Sana vita colonica, sempre sotto lo stesso cielo. Un incubo al quale non sarebbe mai riuscita ad abituarsi.
Il visore scintillò e Serah ne sfiorò un angolo.
“Ti aspettiamo. I tuoi magnifici occhi blu mancano moltissimo ai ragazzi”. La voce di Lance rombò nell’abitacolo e la ragazza sorrise. Lance gestiva una stazione di approdo per cargo in attesa di una nuova destinazione. Più che altro era un grande deposito di astronavi fornito di androidi meccanici per le riparazioni e un’ area di svago dove i piloti potevano bere, sfidarsi a clinke, un gioco d’azzardo con tessere magnetiche e vendersi e comprarsi schiavi.
Serah conosceva quell’usanza e non l’aveva mai tollerata. I prigionieri di guerra diventavano schiavi e provenivano dalle aree più periferiche dell’impero. Zone morte dove popoli per lo più molto arretrati conducevano vite primitive prima che mercenari comprassero il brevetto di soldati di ventura e si mettessero a “bonificarle” termine in uso da una centinaia di ere yough. Molti assoldavano mercenari proprio per rimpinguare di schiavi le proprie piantagioni nei pianeti agricoli o nelle miniere minerarie.
“Non vedo l’ora tesoro”disse e spense il visore.
In silenzio Sedley le arrivò alle spalle e come sempre Serah sussultò.
“Di la verità che ti sei promesso di farmi venire un colpo un giorno o l’ altro”disse aprendosi una lattina di birra e bevendone la schiuma.
“Scusami non volevo spaventarti. Mi chiedevo se non volevi dormire un po’ ”disse paziente e Serah lo osservò stupita di quanto la vita sintetica si fosse evoluta. Un tempo, forse centinaia di ere yough anche Sedley era stato umano poi con il miraggio dell’immortalità aveva sostituito ogni parte di se con componenti artificiali sempre più evoluti dotandosi di una pila eterna di litio che se non ci fossero stati incidenti gli avrebbe donato sul serio l’immortalità.
Sedley a differenza di altri aveva conservato la sua memoria passata, i ricordi del pianeta di origine, la sensibilità di commuoversi di fronte ad un tramonto e provava autentici sentimenti sintetici.
Non tutti gli androidi erano di origine umane. Molti erano stati totalmente creati per compiti specifici, per sopravvivere a temperature proibitive, per viaggi che non prevedevano un ritorno o per scopi bellici.
Sedley era un umanoide di sesso maschile, alto circa dieci centimetri più di lei e così simile ad un essere umano che a volte non si stupiva che i comandanti di aeronavi si innamorassero di loro per vincere la solitudine dei lunghi viaggi astrali.
“Si ma ancora un attimo è così bello la fuori” disse osservando il nero spazio interstellare altre il vetro di protezione della cabina comandi. Non c’era una luce, l’unica fonte luminosa era l’astronave e il suo riverbero creava strani aloni verdastri simili ad arcobaleni.
Dentro l’abitacolo invece le luci erano giallastre e la circondavano piene di scuri bagliori che le davano alla pelle un colore malsano e arancione che la faceva sembrare un alga. Rabbrividì a quel pensiero e si sgranchì le braccia alzandosi.
“Si mi ci vuole un po’ di moto. Vado nella mia cabina. Se ci fossero guai fammi un fischio”disse allegra e si diresse verso l’ascensore. Dopo un breve tragitto ascensionale si trovò nella sua stanza e si liberò della tuta regolamentare.
Ne emerse un corpo bellissimo dalla pelle ambrata e la ragazza lo ammirò soddisfatta. Si teneva in esercizio per conservarlo tale e la sua forza si armonizzava con la dolcezza non facendole perdere del tutto la sua femminilità. Lasciò respirare un po’ la pelle fuori da quell’involucro polimerizzato indispensabile contro le radiazioni ma così fastidioso. Solo la sua stanza era schermata e considerato quanto costava quel procedimento era sicuramente un piccolo inconveniente la tela.
Andò sotto la doccia ionica e cercò di ricordarsi la sensazione che si provava sotto vera e propria acqua. Il bene più prezioso di tutto l’impero. Solo i nobili ne facevano abbondante uso mentre i comuni non ne avevano neanche per bere. Usavano acqua sintetica per procurarsi i liquidi necessari alla vita. Un liquido denso come sciroppo e dolciastro che lei detestava sostituendolo allegramente con la birra o l’acqua ardente. Ormai tutto era sintetico per i comuni ovvero la maggior parte della popolazione della società Hai.
Serah si sciolse i capelli biondi e stopposi e fece una smorfia osservandone una ciocca. Per farli tornare morbidi e vaporosi avrebbe dovuto spendere una fortuna nei saloni di bellezza per intrattenitrici e considerato che il suo mestiere non implicava quel sacrificio decise di evitare quella spesa. Si mise una tunica comoda e aprì il suo portatile in cerca di posta.
Non riceveva messaggi personali da mesi e a volte pensava di essere davvero sola in tutto l’universo. Dei suoi famigliari aveva mantenuto i rapporti solo con alcuni lontani cugini che ora si erano innalzati a colonizzatori ed erano quasi offesi di avere in famiglia una comandante di cargo come lei. Tutti gli altri erano morti. Tre fratelli, i genitori, i suoi zii. Tutto sommato era davvero sola.
Scorse la lista dei messaggi in arrivo e per lo più erano tratte da pagare, proposte di contratto di carico e multe per alta velocità.
Poi il suo sguardo cadde su un messaggio cifrato. Lo decriptò e si accorse con sgomento che era un’ ordinanza imperiale. Lo aprì sempre più nervosa e lesse l’intestazione. Un comandante imperiale le si rivolgeva chiamandola per nome. Per un attimo si sentì troppo confusa per essere preoccupata. Cosa mai poteva volere da lei un inviato del consiglio imperiale. Di solito non trattavano mai direttamente con i comuni e si servivano di delegati professionali.
A nome del consiglio imperiale tenutosi sul pianeta Reedom il IV anno della III decade la informo che siete convocata a rapporto nel centro imperiale di Lomer entro il VII mese Achab per conferire in merito a delicate questioni che riguardano la stabilità e la sicurezza dell’impero. Nel qual caso non vi presentaste spontaneamente sarete prelevata a forza dal contingente addetto alla sicurezza il che implicherà un periodo di detenzione variabile e la revoca del vostro brevetto di comandante civile.
Comandante militare Judd Treville
Ma cosa poteva mai volere da lei un comandante militare? Nel suo profilo c’era chiaramente menzionato che rifiutava l’uso delle armi e si limitava a praticare i rudimenti dell’autodifesa. Certo non potevano scambiarla per un’ anarchica insurrezionalista, né una sabotatrice, né tanto meno un’anti imperialista.
Non aveva alcun rapporto con nessun bio terrorista, né apparteneva a frange integraliste. Era del tutto una persona innocua e priva di colori politici. Non faceva parte di nessun sindacato, partito, corporazione fatta eccezione per la sua tessera di adesione alla gilda dei comandanti civili per il trasporto cosa del tutto ininfluente in qualsiasi gioco politico.
Pur essendo lontana dal centro politico del potere imperiale non era del tutto all'oscuro dei fermenti che ne minavano la stabilità. Troppi popoli, razze, erano governate sotto l’egida imperiale per andare d’accordo. Anche se il potere imperiale non era discusso, molti vecchi rancori tra popoli antagonisti si scatenavano e considerato che il comando imperiale voleva l’esclusiva sulla guerra iniziavano ad esserci frizioni piuttosto inquietanti specialmente nelle regioni di fresca conquista. Non solo. Cloni si rifiutavano di pagare le tasse e mandavano messi al consiglio chiedendo di darsi un autogoverno. La parola indipendenza dal potere centrale diventava un concetto sempre più diffuso associato al concetto di libertà e autogestione. I tribuni imperiali che di fatto amministravano l’impero discutevano ore e ore di come sgominare questa ruggine e soprattutto si trovavano l’opposizione di un principe imperiale, lo stesso Athair, che aveva fatto sua la lotta degli androidi e da li il passo era breve alla sedizione.
Spense il portatile e cercò di riflettere. Aveva avuto sempre pessimi rapporti con la casta militare. Per lo più nobili di basso rango ma sempre ben consci dei propri privilegi. Ultimamente non aveva infranto nessuna legge a parte le multe per eccessiva velocità ma quelle non rientravano certo nell’ambito della sicurezza imperiale.
Era del tutto all’oscuro del groviglio di guai in cui si trovava e a malincuore si rimise la tuta e tornò sul ponte di comando. Bisognava un po’ accelerare la tabella di marcia e raggiungere la stazione di approdo prima del previsto.
Questa historia così singolare non ha presunzione del vero, e infatti conto sulle dita coloro che mi ascolteranno e gli presteranno fede. Ammetto è una storia bislacca, è una storia bizzarra, ma se c’è una verità che in essa vi è racchiusa è che è vero il detto che una femmina innamorata per quanto scialba e insignificante ne sa sempre una più del diavolo. Sedetevi quindi, accanto al camino, mettetevi comodi che vi racconto, non siate impazienti, non tralascerò alcun particolare anche il più fantasioso così conobbi la vicenda e così la traspetto a voi; ora principio - :
“Nell’anno di grazia 1523 accadde a Firenze un fatto curioso che ebbe come protagonisti un alchimista e una nobile dama fiorentina di cui ti tacerò per prudenza il cognome perché appartiene ad una casata illustre e non tarderete a capire quale. L’alchimista si chiamava Gaspare ed oltre ad essere astrologo, teologo e veggente aveva lavorato tutta una vita in cerca della pietra filosofale finchè un dì incontrò la bella Angelica e se ne invaghì perdutamente.
La donna era l’infelice isposa di un nobile fiorentino che passava il suo tempo in armi e in battaglia ponendo la gloria, il potere e i tesori in un più alto scanno che la sua legittima consorte. Angelica pur ricambiando con profonda passione l’amore dell’alchimista, sapeva haimè in cor suo che il loro amore non era benedetto nè dal Cielo e nè dalle stelle. L’infelicità fu sì grande che i due amanti, spinti dalla disperazione più che dalla lascivia, escogitarono un piano per avvelenare il marito di Angelica per liberarla dai sacri vincoli nuziali. L’alchimista, seppure con fatica, si procurò il più letale veleno di tutta Firenze e preparò una pozione mettendola in uno scrigno imbottito di nero velluto e pur rimproverandosi l’infame gesto, non pensate che fosse un uomo senza morale e schiavo del vizio, consegnò il tutto alla sua amata complice.
Ma il Cielo non stette a guardare e invio un angelo che apparve in sogno allo sventurato sposo di Angelica. L’uomo sul principio fu stupito e non credette alla veridicità del sogno ma poi dopo alcuni segni capì che non era parto di fantasia ma tragica realtà e sebbene il suo cuore sanguinasse si dominò al punto di non lasciare trasparire alcun sentimento ma prese l’accortezza di stare in guardia tanto che Angelica iniziò a sospettare che il marito sapesse. Questa certezza la spinse ad agire il più in fretta possibile tanto che impregnò con la venefica pozione un abito del marito e attese pregando che tutto andasse per il meglio.
Alla sua preghiera apparve in una nuvola verde di zolfo un demone e le propose un patto: suo marito sarebbe morto avvelenato dalla tunica solo in cambio della sua anima.
La bella Angelica sebbene spaventata da cotanto accadimento accettò e corse dall’ alchimista a dirgli della strana apparizione e dell’infame patto accettato più per paura che per reale malizia. I giorni passarono e il marito di Angelica non moriva. Il veleno messo nell’abito sembrava senza effetto e così Angelica disperata prese a sospettare che qualcosa fosse accaduto nel frattempo ad ostacolare i suoi piani, ma poi la paura e il senso di colpa prevalsero e si recò dal marito scarmigliata e in lacrime spiegandogli tutto e chiedendogli perdono. Solo allora l’uomo le disse il vero , che il veleno non aveva fatto effetto perché l’alchimista gli aveva portato un antidoto avendo saputo del patto con il demone. Come unica clausola aveva preteso che non dicesse niente ad Angelica in cambio del suo perdono.
L’angelo custode che gli era apparso in sogno gli aveva infatti detto che agendo così l’alchimista aveva sciolto il patto e liberato la donna. Questa storia bizzarra ha anche un lieto fine: anni dopo infatti il marito di Angelica morì di morte naturale e la donna potè sposare l’alchimista che nel frattempo era diventato consigliere illustre e temuto del Duca di Firenze”.
La storia finisce qui e sperando di avervi fatto cosa gradita ad avervela narrata inchinandomi mi allontano. Sento che tra voi qualcuno sghignazza altri increduli scotono il capo saggio e reverente. Haimè sono solo un narratore di fatti neanche a me accaduti o forse no? a voi la scelta.
** Il ritratto del Bronzino appartiene a Lucrezia di Cosimo de’ Medici e la storia con tutte le licenze del caso si basa sulla sua triste vita. Nella realtà fu lei moglie di Alfonso II d’Este a morire avvelenata nel 1562 poco meno che ventenne.
Il Bosforo era illuminato dalla luce delle stelle e una brezza gentile portava a riva l’odore del mare. La baronessa Kesmet dal suo balcone del Pera Palace aspettava inquieta e pregava di poter lasciare Istanbul al più presto. Se non fosse stato per suo marito non sarebbe tornata in quella città. Troppi ricordi, troppo dolore. Ma aveva un lavoro da compiere, una promessa da mantenere. Prese un’ urna con delle ceneri e ne sparse il contenuto nell’acqua. Ecco aveva compiuto l’estremo tributo e poteva dirsi in pace.
Qualcuno bussò alla porta e la donna si voltò di scatto spaventata. Aveva troppi nemici a Istanbul. Andò ad aprire. Era un fattorino con una divisa rossa ed un cappello sbilenco sulle orecchie troppo grandi . Sonja sorrise e gli diede una mancia prima di richiudere la pesante porta di mogano. Nel biglietto c’era un invito. A cena. Solo iniziali di un nome che ben conosceva. Le dita le tremavano ma sorrise. Ormai non aveva più paura. Era libera.
Si vestì e scese nella hall piena di ori e di stucchi. Fissò la volta e cercò di pensare al passato, quando tornava in quell’albergo, troppi ricordi, tutti assieme una vertigine le ferì il cuore.
Si diresse verso il ristorante e attese. Eccolo. Infondo alla sala. Il nemico più terribile che avesse: suo padre.
“Sei bellissima stasera”disse galante e lei annuì incerta.
“Sei anche tu qui”.
“Mi hanno trasferito all’ambasciata di Istanbul”disse piano con voce neutra, quasi rassegnata.
“Capisco. La guerra è imminente”disse piano e l’uomo anziano tese una mano verso quella di lei che istintivamente la ritrasse.
“Non mi hai ancora perdonato”.
“Stefan è morto”
“Lo so, mi dispiace. Non ho potuto fare niente”.
“Si l’attentato è per domani. A Serajevo”disse con voce frivola aggiustandosi un ricciolo nero.
“Perché me lo dici?”.
“Perché è il mio lavoro. Dare e ricevere informazioni. Vogliono la guerra e l’avranno”.
“Tu da che parte starai ? ”.
“Dalla mia come sempre. La parte migliore”. La donna si alzò e sorrise.
“E’un addio vero?”
“Si, credo di si. Partirò per Budapest stanotte. Il treno già mi aspetta ho su i bagagli”.
“Chissà che Europa uscirà da questa guerra”.
“Una terra bagnata di sangue”disse lei piano e si allontanò. Un cameriere le fece un inchino e solo allora si accorse di stare piangendo. Ordinò un taxì e fissò la gente ignara che le sorrideva accanto.
C’era musica nell’aria e odore di dolci e di caffè.
Che bell’albergo era il Pera Palace.
Quante volte c’era stata nella sua vita. Vide un ombra accanto ad un vaso e le sembrò di scorgere suo marito. Ma non era possibile lo sapeva bene. Prese tra le dita una scatolina con una fenice di rubini in rilievo e aspirò la polverina bianca che conteneva. Ora stava meglio poteva affrontare il futuro.
“Baronessa il taxì è arrivato”.
“Meraviglioso nettare sceso dal cielo” disse un mercante arabo vestito con variopinte sete, mostrando la sua merce nel mercato di Damasco. La donna velata sorrise sotto la garza azzurra trapuntata di ricami dorati, ma passò oltre, cercando gli ingredienti migliori per cucinare i piatti preferiti del suo signore.
Eterna Sherazade, Aima usava zenzero, cannella, chiodi di garofano e tutte le più preziose spezie per restare viva nel cuore del suo sposo.
Scansò la folla fitta che si accalcava nel suq e guardò le bancarelle pregne di profumi e di colori; ogni sua scelta era un atto d’amore, compiuto con grazia e leggerezza. Il suo re Shariyar aspettava ogni portata con curiosità e stupore e Aima non faceva mai un piatto uguale all’altro. Sempre una variante, sempre un capriccioso accompagnamento di sapori, profumi e bellezza. Un arabescato miscuglio di ingredienti che uniti creavano la dolcezza, l’amaro, il piccante riflessi dei suoi stati d’animo.
Sì, perché per lei ogni piatto era unico e irripetibile.
Come un giorno felice.
Finalmente raggiunse la bancarella del mercante di spezie e rimase immobile in intenta attesa. Il mercante le sorrise riconoscendola, spesso si fermava da lui, e così lasciando tutte le altre donne accalcate, le si avvicinò per servirla. Aima indicò le spezie che avrebbe usato per il pranzo di quel giorno e il vecchio, con le sue spatole di legno, gliele mise con solenne abilità in fogli finissimi che accartocciava con maestria. Aima prese i pacchetti e ponendoli nel cesto, che portava sotto il braccio, ricambiò la gentilezza con un lieve sorriso.
“Cosa cucinerà in questo giorno che Allah ci manda signora?”chiese con una sfumatura paterna d’affetto, venata di riconoscenza, per aver scelto, tra tutti, il suo banco.
“E un segreto tra me e il mio sposo” rispose lieve e i suoi occhi bistrati si illuminarono di polvere di stelle. Il mercante la guardò andar via e sentì freddo al cuore sebbene il sole del mezzogiorno splendesse alto nel cielo di cobalto. Ora era vecchio e le sue ossa sentivano incombente la morte, ma un tempo anche lui aveva conosciuto quel segreto.
Un canto lontano, perso negli abissi della sua memoria, gli mormorò quella parola , la sola che rendeva preziose quelle spezie più dell’oro, delle perle, dei coralli: l”amore”.
Il saggio Hong aveva una moglie, bella e buona, fedele e generosa ma le sue doti alzarono le male lingue così iniziò a diffondersi la voce che fosse amante di un tale Mr Deng , un ricco commerciante concorrente di Hong, il quale per un capriccio e per vanità decise di confermarle con allusioni e mezzi sorrisi. Un giorno la signora Hong andò da lui implorandolo di smentire le dicerie e questo fu visto come un segno della sua colpa e portato al marito come prova.
Il signor Deng sempre più soddisfatto propose alla signora Hong un patt in cambio di una notte d’amore avrebbe smentito la tresca. La signora Hong pianse tutte le sue lacrime e fu sul punto di accettare quando un mendicante venuto alla sua porta da molto lontano le chiese un bicchiere d’acqua. Era in realtà una divinità scesa dall’olimpo e commossa dal suo dolore.
Mr Deng si ammalò gravemente e sul letto di morte confessò il suo turpe proposito nato anche dall’invidia per tutti i beni del rivale e l’onesta signora Hong fu salva e la gioia fu doppia perché era in attesa di una bellissima bambina a cui fu dato il nome di Mei guei che in cinese significa rosa.
Jamaica era il nome di una barca ancorata nel porto di Nizza.
Apparteneva ad un uomo scorbutico e triste che vi viveva a bordo con una figlia adolescente e un piccolo caimano. La ragazzina si chiamava Mary ed era alta e magra , con una voce fine ed esile e uno sguardo notturno pieno di pagliuzze luminose.
L’estate era la stagione dei viaggi e il Jamaica si spostava in continuazione, per rifornimenti o per buttare la spazzatura.
Mary non sapeva il vero perché di quella vita vagabonda, ma sapeva che dipendeva dalla mania di suo padre di giocare a carte e perdere.
Quante volte aveva puntato la barca a poi erano dovuti scappare nella notte. Una volta aveva puntato anche lei e come al solito aveva perso e quella volta fuggire non era stato facile.
Finché erano sul mare comunque avevano la sensazione di aver sempre una via di uscita, un margine di salvezza.
Poi però successe l’irreparabile. Una sera un gruppo di gente che riscuoteva crediti per dei malviventi di Marsiglia salì a bordo picchiò suo padre con spranghe di ferro e la portò via.
Quando tornò a bordo suo padre era morto.
Mary pulì il sangue, compose il cadavere e chiamò la polizia.
Le pratiche burocratiche furono lente e il Jamaica fu venduto per saziare i creditori che reclamavano.
Mary si trovò con cinque euro, il caimano al guinzaglio e la prospettiva dell’orfanatrofio.
Il giorno che il nuovo proprietario si portò via la nave fu invitata a bordo per un ultimo addio.
Sostò sul ponte a lungo e fu felice di aver pulito subito, scintillava come se fosse stato nuovo.
Poi scese e salutò la barca che si allontanava verso l’alto mare.
Sebbene la buona educazione mi imponesse di farmi i fatti miei la curiosità iniziò a mordicchiarmi sempre più insidiosa. Il mistero di quello sconosciuto vestito alla moda di un secolo prima, con tanta eccentrica trasandata eleganza costruì in me un cratere pieno di opportunità. Ogni tanto, con disinvoltura certo, allungavo un occhio e mi sporgevo verso la postazione dello sconosciuto ma la mia lontananza non mi consentiva nessun progresso. Per ideare una manovra di avvicinamento gli offrii una sigaretta. Lui scotendo il capo con educata ritrosia rifiutò e mimò a gesti che non fumava. Forse era straniero, dal colorito chiaro, poteva essere tedesco o svedese. Un poeta decisi, che trovava ispirazione per i suoi versi nel folklore locale. Già, scossi la testa rimuginando tra me e iniziai altre ipotesi. Poteva essere un messo comunale, un inviato del fisco, un commendatore in pensione. Un cavaliere del lavoro che so. Un informatore della polizia. No, troppo anziano. Con disinvoltura feci il giro del mio banco e raggiunsi la sua sedia. Proprio in quel momento stava riponendo un foglio nella cartelletta di marocchino e oro e non feci in tempo di leggere alcuna frase del suo scritto.“Ha mai visto stelle cadenti nella sua lunga vita?”chiesi sorridendo e l’anziano lasciò vagare l’occhio chiaro come acqua per remote lontananze. “Tante nella mia vita. Ma non ho mai espresso desideri. Tutto quello che voglio dalla vita ce l’ ho. Carta e penna e la mia libertà”disse con un accento di paesi lontani. “Cosa l’ ha portato qui da noi?” chiesi sollecito.“La curiosità”rispose con brio e io involontariamente arrossii. "Arriva da lontano?”chiesi imperterrito deciso a non farmi scoraggiare.“Arrivo da Stoccolma, ma sono vent’anni che abito in Italia. Ah l’Italia che paese meraviglioso, che gente ospitale, che clima, che cucina, che donne bellissime e piene di passione”evocò con voce remota e prendendo un foglio bianco iniziò a scrivere con una calligrafia nobile e piena di svolazzi. Era svedese, avrei dato 5 anni della mia vita per conoscere quella lingua.Lo sconosciuto alzò gli occhi dal foglio e con dolcezza annuì.“Sia”disse piano e di colpo quei segni quei ghirigori acquistarono per me un significato. In cielo non c’erano stelle cadenti ma il mio desiderio aveva preso vita. Ero sconcertato e spaventato. E adesso. Avevo barattato cinque anni della mia vita per coprire che quello sconosciuto redigeva descrizioni dei luoghi e delle persone. Calcolava ad occhio l’altezza degli edifici, descriveva i vestiti delle signore,contava il numero di devoti i processione. Calcoli, cifre, dati. Un resoconto noioso e dettagliato della nostra festa.Mi accasciai a terra e vidi il cielo alto su di me. C’era ancora luce ma un puntino luminoso attraversò l’orizzonte. Una stella cadente. Poi fu buio.
Filippo fischiò dalla strada alle tre del pomeriggio.
Mi affacciai alla finestra.
Gridò – arrivano- .
Si erano loro.
Faceva caldo.
I panni stesi al sole scintillavano e io sudavo come mai mi era successo. Nascosi il fazzoletto di lino in tasca e scesi in strada. Tirai fuori il mio orologio d’oro dal panciotto.
Si, erano le tre ed erano puntuali.
La processione era guidata da Carmine Ricotta, con la sua faccia rubizza e le basette rossicce. La strada iniziava ad affollarsi, gente alle finestre, fischi, schiamazzi. Qualcuno batteva le mani.
Tutto alla luce del sole, di un afoso pomeriggio di giugno del 1905 a Little Italy, America.
Carmine mi strinse la mano e ricambiai il saluto fiero.
Il resto della processione consisteva in tutti i negozianti della strada. C’era Salvo, il macellaio, Augusto, il pizzicagnolo, il materassaio, e una processione muta e silenziosa di facce conosciute nei loro abiti migliori con l’aria tesa e preoccupata. C’eravamo tutti, solo qualche crumiro aveva serrato il negozio e si era andato a nascondere trincerandosi dietro scuse banali.
Gli altri erano li, un drappello di uomini coraggiosi pacificamente riuniti con un unico intento, marciare in silenzio per la via assolata in onore di Battista Ricotta, ucciso nel suo negozio mentre chiudeva la serranda da due giovinastri mandati da chi voleva diventare il re di Little Italy capeggiando il racket delle estorsioni. I delinquenti erano soliti costringere con velate minacce i negozianti ad acquistare biglietti per pesche di beneficenza, banchetti che non avevano poi luogo.
Non avremmo ottenuto niente, ma eravamo li.
Qualche poliziotto sudato quanto noi giocava con lo sfolla gente, dalle finestre cadevano fiori, e io sentii un cent cadere dall’alto e colpirmi il collo.
Mi chinai e lo raccolsi.
Scintillava al sole. Lo misi in tasca e fu il primo di una grande fortuna.
Ora che sono tornato in Italia lo conservo ancora.
E quando sono triste lo prendo e lo metto al sole.
Scintilla nello stesso modo come allora.